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L’Area Flegrea

L'Area FlegreaZona Ovest di Napoli

Quando si parla di Campi Flegrei si intende la vasta area di origine vulcanica che si estende a nord-ovest della città di Napoli. La zona comprende oltre venti crateri ed edifici vulcanici, dalla Solfatara fino ad AgnanoPozzuoliLucrino, e si estende sul territorio di diversi comuni: da Bacoli a Pozzuoli passando per Quarto. Per quanto riguarda Napoli, il cuore dei Campi Flegrei è quello che attraversa i quartieri di BagnoliCavalleggeriFuorigrottaSoccavo, Pianura e Agnano.

 

Già in epoca antica i Campi Flegrei dovevano la propria celebrità alle numerose sorgenti di acque termali. Quelle di Agnano, ancora utilizzate a scopo terapeutico; poi le terme di Pozzuoli – per secoli il principale porto di Roma verso l’Oriente – e quelle di Lucrino; a nord di Pozzuoli si erge la Solfatara, cratere attivo dove si manifestano fumarole i cui vapori raggiungono i 160°, mentre i fanghi dello stesso cratere bollono quasi alla stessa temperatura. Importantissimo per i Campi Flegrei è il Lago d’Averno, uno scenario fortemente suggestivo, considerato dagli antichi l’ingresso dei defunti per l’oltretomba. Bellezze naturali e paesaggistiche coinvolgono l’intera zona fino a Baia – il cui golfo è stato dichiarato area marina protetta, e al cui interno è stato istituito il Parco sommerso di Baia –, Bacoli, Miseno e Cuma, la colonia più antica della Magna Grecia nonché sede dell’oracolo della Sibilla Cumana.

B agnoli è il quartiere più antico della zona ovest della città partenopea. Come il resto dei Campi Flegrei, anche Bagnoli in età antica – quando ancora il suo nome era Balneolum – fu sede di centri termali che la resero nel corso dei secoli, fino all’Ottocento, una delle più importanti località turistiche della città. Nel giugno del 1910 a Bagnoli arrivano gli stabilimenti industriali dell’Ilva che per più di mezzo secolo costituiranno una fonte di sviluppo e lavoro per il quartiere. Sviluppo e lavoro che però saranno pagati a un prezzo altissimo dalla popolazione bagnolese e dall’ambiente circostante, oggi inquinato a livelli altissimi. Negli anni Cinquanta, alle acciaierie dell’Ilva si affiancano gli impianti della Cementir che rendono Bagnoli il polo industriale più grande del sud Italia. Nel decennio successivo, nell’ambito delle operazioni di ampliamento degli stabilimenti, e per agevolare le attività logistiche di carico e scarico dei materiali, vengono costruite una “colmata” (enorme riempimento a mare) e un lunghissimo pontile (pontile Nord): la bellezza del golfo e della originaria linea di costa è irrimediabilmente compromessa.

Tra la fine degli anni Ottanta e Novanta la Cementir e l’Ilva/Italsider chiudono i battenti. Da loro il quartiere eredita una gigantesca area industriale da bonificare, un territorio inquinato per decenni e cinquecento morti per effetto di amianto e polveri sottili. Qualche anno dopo la chiusura iniziano le operazioni di bonifica: il quartiere, secondo i piani istituzionali, dovrà tornare a esprimere una vocazione turistica; gli strumenti urbanistici prevedono, inoltre, dopo la bonifica dei terreni e dei fondali (inquinati anch’essi dalla fabbrica), il ripristino della originaria linea di costa, a cominciare dalla spiaggia che tornerà ad avere vocazione balneare. I problemi, però, non sono finiti, anzi.

Le bonifiche procedono in maniera oscura, sotto l’egida di enti e società che si susseguono lasciando tutto immobile come in un gioco di scatole cinesi. Nel 2001 il comune di Napoli acquista gli spazi dell’area ex Italsider ed ex Eternit, affidando alla BagnoliFutura la bonifica e la riqualificazione dell’intera zona. BagnoliFutura, però, non riuscirà negli anni a garantire lo svolgimento dei lavori, a produrre certificazioni convincenti, mostrandosi agli occhi della cittadinanza e del quartiere come un carrozzone inefficace, espressione di una modalità politica inquietante, incapace di promuovere altro che lottizzazioni o nomine e assunzioni politiche e clientelari. Nel frattempo il litorale non viene liberato, anzi viene occupato “abusivamente” grazie a opinabili deroghe al piano regolatore concesse dal comune per attività di vario genere: dai lidi marittimi fino ai locali notturni, e persino al museo didattico Città della Scienza. A tal proposito, una grossa raccolta firme organizzata da un comitato cittadino viene recepita dal comune che proclama una delibera nella quale si ribadisce la necessità che il litorale che va da Nisida a Pozzuoli venga finalmente destinato a spiaggia pubblica e gratuita, come da piano regolatore. Fino a questo momento, però, non si registrano atti concreti in tal senso. Per quanto riguarda la bonifica, invece, nel dicembre del 2013, il comune emette dopo decenni di sonno profondo un decreto che obbliga le aziende che hanno inquinato (secondo il principio “chi inquina deve pagare”) a rimuovere la colmata ai fini della messa in sicurezza del litorale e procedere alla bonifica del sito contaminato. Altre aziende (come la fondazione Idis, che gestisce Città della Scienza) avranno l’obbligo di presentare certificazioni valide della passata avvenuta bonifica. Anche da questo punto di vista, in ogni caso, si attendono atti concreti che applichino gli obblighi previsti per troppo tempo solo sulla carta.

Bagnoli, Cavalleggeri, il borgo di Coroglio, e persino il grande quartiere di Fuorigrotta, vivono una enorme disgregazione sociale, conseguenza della chiusura della fabbrica. Finito il lavoro in quello che i cittadini flegrei continuano a chiamare ‘o cantiere, alla popolazione bagnolese non è stata offerta alcuna alternativa. La vocazione turistica dell’area è rimasta, in assenza di bonifica, solo sulla carta, e nell’aumento, a cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila dei prezzi delle case. Molti degli abitanti storici del quartiere sono stati così costretti ad andar via, anche se il processo di gentrificazione si è parzialmente arrestato, parallelamente all’immobilismo istituzionale su bonifica e riqualificazione. I giovani dei quartieri flegrei, intanto, faticano a trovare qualsiasi sbocco lavorativo, tanto che nell’area si registrano tassi di disoccupazione persino più alti rispetto al resto della città. Allo stesso tempo, nell’area rimane una sorta di “eredità” della coscienza operaia, un desiderio di partecipare e lottare per la difesa del proprio territorio, che si palesa anche nella necessità, pure da parte dei più giovani, di conservare una memoria storica che è all’origine, e nella storia, degli ultimi settant’anni del quartiere.

Quasi al confine tra Bagnoli e Pozzuoli si erge la collina di San Laise, un’area agricola ancora incontaminata, curata in parte da coloni che lottano contro i tentativi di speculazione edilizia, in parte incolta, di competenza della Fondazione Banco Napoli.

Alla Fondazione appartengono anche i terreni adiacenti, dove fino al dicembre 2013, per oltre sessant’anni, ha avuto sede il contestatissimo comando Nato, finalmente dislocato altrove dopo decenni di occupazione di fatto. Sul futuro dell’ex base militare si è aperto un rilevante dibattito cittadino: prima di essere assegnata agli americani, l’area fu costruita come collegio per i bambini poveri della città, e quindi vincolata a un utilizzo sociale. Oggi, che la guerra è fortunatamente terminata, e i militari non ci sono più, la cittadinanza bagnolese esprime con forza la volontà e la necessità che le strutture al suo interno (sportive, come campi di calcio, palestre, piscine; ricreative, come cinema e teatri; poi dormitori, potenziali studentati e sedi di scuole… insomma una città nella città!) vengano restituite al quartiere attraverso un trasparente programma di gestione partecipata. Un programma che coinvolga davvero la cittadinanza bagnolese, e non i soliti pochi noti amici.

Cavalleggeri d’Aosta è il rione e la zona più difficili dell’area flegrea. Nonostante lo sviluppo della fabbrica, fino agli anni Sessanta Cavalleggeri presentava una densità abitativa e una quantità di edifici abitabili decisamente bassa. Nel decennio tra il 1960 e ’70, però, la configurazione del quartiere cambia molto: innanzitutto per la necessità di rispondere al bisogno abitativo degli operai, e a quella di posti letto non lontano dal cantiere.Cavalleggeri d’Aosta non diventa però subito un quartiere dormitorio: una parte del territorio viene rilevato dall’Arsenale militare (via Campegna), ma considerando la forza sociale della classe operaia in quel periodo, le istituzioni non possono nemmeno ignorare i bisogni sociali cresciuti in maniera parallela al numero degli abitanti. Un esempio in tal senso è la costruzione del 75° circolo didattico, e la trasformazione dell’ex area delleBaracche di piazza Neghelli, simbolo per dieci anni di marginalità ed esclusione.

Dopo il 1980, il quartiere diventa fonte di ospitalità per tanti napoletani che hanno perso l’abitazione durante il terremoto, ma che finiscono proprio nell’area delle Baracche e nella caserma dei Cavalleggeri. Questo fa si che la densità abitativa del quartiere registri una nuova impennata, creando notevoli problemi anche per la parallela scarsità di servizi e la mancanza di posti di lavoro, che genera un altissimo tasso di disoccupazione con la chiusura della fabbrica.

Fuorigroota è il quartiere più popoloso dell’area flegrea, ma in realtà dell’intera città. Fin dall’epoca romana l’area si guadagna il proprio nome grazie ai collegamenti con la zona di Mergellina, che si articolano attraverso una o più grotte. La più vasta area foris criptam (all’esterno della grotta) rimarrà identificata nel tempo da questa sua caratteristica naturale. Leggenda vuole, tra le altre cose, che una di queste grotte – la famosa Crypta Neapolitana che attraversa Posillipo, Mergellina e appunto Fuorigrotta – sia stata scavata da Virgilio in persona in una sola notte, grazie alle note virtù magiche del poeta romano. Roberto D’Angiò, re di Napoli e di Sicilia, pensò di sottoporre la questione al Petrarca, durante un suo viaggio in città. Il poeta, tuttavia, optò per rispondere in maniera scherzosa: «Non mi risulta che Virgilio facesse il tagliapietre», tagliò corto non sbilanciandosi sulla questione. La leggenda, in ogni caso, fu alimentata negli anni dalla presenza, all’ingresso orientale della grotta, di un edificio funebre identificato proprio come la tomba di Virgilio. Nello stesso parco giacciono anche le spoglie di Giacomo Leopardi, seppellito in un primo momento all’interno della chiesa di San Vitale.

Fino alla fine dell’Ottocento Fuorigrotta rimane un quartiere prevalentemente agricolo, non lontano dal mare né dalle fiorenti colline della città. L’assetto dell’area fu rivoluzionato in epoca fascista, con la costruzione del viale Augusto, dellaMostra d’Oltremare e del rione Miraglia.

Quel che restava delle coltivazioni e delle masserie della zona fu definitivamente spazzato via durante la speculazione edilizia degli anni Sessanta e Settanta, che rese il quartiere uno dei più densamente popolati del capoluogo partenopeo. Già dall’epoca fascista, comunque, non mancarono le proteste dei nuclei abitativi storici, che furono allontanati dall’area senza ricevere risarcimenti, e che subirono sulla propria pelle una vera rivoluzione urbanistica che comprese, per esempio, l’abbattimento (contestatissimo dai contadini locali) dell’antica chiesa di San Vitale, poi ricostruita in altro loco.
Oggi Fuorigrotta si configura come il quartiere delle occasioni perdute. Si tratta infatti di un quartiere ricco di spazi e strutture, che sono però perennemente a rischio speculativo, sempre sotto il pericolo di essere sottratte alla cittadinanza, per essere svendute a qualche privato, o addirittura abbandonate. Il caso più eclatante è quello del giardino zoologico e dell’Edenlandia di viale Kennedy. Dopo il fallimento della società che gestiva le strutture nel 2011, il comune di Napoli e la curatela fallimentare hanno deciso di procedere con un bando di gara (andato poi deserto), mentre un folto gruppo di associazioni e collettivi, memore del recente sfascio, promuoveva un utilizzo diverso dell’area, e la nascita di un grande parco pubblico, un polmone verde come ce ne sono in ogni grande città europea. Dopo il fallimento del bando, la curatela ha ceduto con un accordo privato “a perdere” l’area dello zoo a un imprenditore, e si appresta a fare lo stesso con l’Edenlandia. Nel frattempo, dal 1999, anche la Mostra d’Oltremare è diventata una società per azioni, uno spazio di fatto sottratto alla cittadinanza e delimitato da cancellate enormi, nel cuore del quartiere.

Fuorigrotta è il quartiere per eccellenza delle strutture sportive. Oltre alla piscina Scandone, il Centro sportivo universitario, e il palazzetto dello sport Palabarbuto, ospita lo stadio San Paolo, il terzo impianto calcistico più grande d’Italia. Anche sul campo che fu del Napoli di Maradona, però, e che ospitò i grandi trionfi dei due scudetti, sono in atto una serie di manovre poco chiare, a cominciare da quelle del presidente del calcio Napoli, Aurelio De Laurentiis, che dice di voler acquistare l’impianto (di cui usufruisce grazie a una concessione molto vantaggiosa), minacciando di volta in volta di portare la squadra a giocare in giro per l’Italia. La Società sportiva calcio Napoli, tuttavia, si guarda bene dal presentare al comune una offerta concreta, e soprattutto di pagare i propri debiti con l’amministrazione. L’intenzione del presidente del Napoli sarebbe quella di rilevare una vasta area del quartiere (Mostra d’Oltremare compresa) per costruire una cittadella dello sport, da sostituire agli impianti in cui si allena attualmente la squadra, a Castelvolturno in provincia di Caserta. L’acquisto, in sostanza, da parte di un privato, di una parte di città che sarebbe, ancora una volta, chiusa da alti cancelli, e sottratta al resto della città. A favore di pochissimi.

Rimanendo sul piano sportivo, a Fuorigrotta ci sono anche due importanti strutture completamente abbandonate e/o semidistrutte: lo Sferisterio Partenopeo e il palazzetto dello sport Mario Argento. Il primo, costruito tra gli anni Quaranta e Cinquanta per i giochi della pelota, del ping pong e del tamburello, fu distrutto da un incendio doloso negli anni Ottanta e mai più ricostruito. Il secondo, invece, vide la luce in occasione dei Giochi del Mediterraneo, all’inizio dei Sessanta. Dopo esser stato per anni la casa della Fides Partenope Basket, il palazzetto fu chiuso per rifacimenti, che ovviamente non sono mai avvenuti. Dopo anni di abbandono, il palazzetto, poco lontano dal quale è sorto nel frattempo un maxi-cinema, è stato in parte demolito, diventando uno dei tanti simboli delle occasioni mancate del territorio flegreo.

Fuorigrotta è, però, anche uno dei più importanti centri universitari della città: ospita migliaia di studenti tra le facoltà di Ingegneria (piazzale Tecchio), Matematica, Fisica, Chimica, Biologia ed Economia (Monte Sant’Angelo); la ricerca del CNR e quella dell’Osservatorio Vesuviano; il PICO, Palazzo della conoscenza e dell’innovazione.

 

Soccavo è un altro quartiere dell’area Flegrea, si estende a sud di Fuorigrotta, prende il nome dalle antiche cave di tufo e piperno (sub cava, “sotto la cava”), costruite dai romani. L’estrazione di questi materiali, oltre alla fertilità del terreno, furono per secoli la caratteristica principale della zona, che divenne uno dei Casali di Napoli dall’epoca aragonese. Soccavo rimase indipendente giuridicamente dalla città di Napoli anche sotto i Borbone, diventando addirittura un comune a sé nel diciannovesimo secolo, e sviluppandosi su due assi: quella di via Risorgimento e quella di Verdolino, ai piedi della collina. Accorpato alla città durante l’epoca fascista, nel dopoguerra il quartiere ha assunto sempre più le caratteristiche di una periferia, abbandonando la vocazione contadina a discapito di massicci interventi di edificazione, per la maggior parte di case popolari. Vi è ancora, in ogni caso, soprattutto nella zona di Verdolino, una piccola percentuale di abitanti della zona che trae il proprio sostentamento dal settore primario.

Pianura (quartiere) ha una storia simile a quella di Socccavo . L’area si estende dai piedi della collina dei Camaldoli fino alla Montagna Spaccata, antico passaggio stradale nelle operazioni di transito verso Cuma. Anche Pianura, come Soccavo, fu celebre per l’estrazione di materiali da costruzione e in particolar modo per le antiche cave di piperno. Anche Pianura, come Soccavo, rimase a lungo (fino al 1926) un comune indipendente dalla città di Napoli. Negli ultimi anni il quartiere è salito agli onori della cronaca per le proteste contro la discarica (chiusa nel 1996) che il governo avrebbe voluto riaprire nel 2007. Secondo una inchiesta della commissione parlamentare sui rifiuti, all’interno della discarica – che si trova in linea d’aria a cinquanta metri dal parco naturale degli Astroni – sarebbero stati smaltiti per anni i fanghi tossici dell’ACNA di Cengio, per centinaia di migliaia di tonnellate.

Sottolineiamo che questo breve testo che avete appena letto non ha alcuna pretesa di rappresentare la storia di un’area così ampia e così antica come quella flegrea. Vuole provare, però, a essere a suo modo un piccolo compendio capace di spiegare chi siamo e da dove veniamo, nella convinzione che le nostre origini e la nostra storia possano essere sempre e comunque la lezione principale da tenere a mente per andare verso un futuro che sia degno di ciò che abbiamo alle spalle. Anzi, che sia migliore di esso.